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Di Fausto Martino. "...dovremmo chiederci cos’altro può trasformare un vuoto
altrimenti insulso in una piazza e di cosa è composto quel mix
imperscrutabile di elementi...che ci fa apprezzare uno spazio, ce ne
fa percepire l’equilibrio, la profonda armonia. Lo rende Piazza... Lo stesso nome attribuito furbescamente alla cosiddetta piazza suona grottesco e beffardo: Libertà! Ma quale? Certamente non quella di scegliere, democraticamente, se e come modificare i tratti identitari della nostra città. Se proprio è necessario, la si chiami Piazza dell’Arroganza. Ci si arriva da via della Supponenza, dopo aver percorso tutto il viale della Tracotanza....(SA 18/04/09)
Pensavamo fosse una piazza, invece era un cortile. Un cortile gigantesco, ipertrofico come l’edificio, come l’Ego del suo Ideatore, ma pur sempre un cortile. Il Cortile della Libertà, appunto. Non voglio cimentarmi in disquisizioni dotte, lo fa già l’Imbonitore Civico e, se serve, qualche suo apposito dipendente. Vorrei, però, che gli apologeti del Crescent si chiedessero - con umiltà, come facciamo noi, anime morte - cosa distingue, alla fin fine, una piazza da un cortile. Certamente, non le dimensioni. Esistono infatti – e penso alla Roma barocca – piazze minuscole, eppur sempre piazze. E cortili smisurati, ma inesorabilmente cortili. Il gigantismo, che pure, sembra esercitare una fatale attrazione sul Primo Cittadino e i suoi inconsapevoli epigoni, non c’entra. Né il supposto uso – pubblico o privato – basta a fare la differenza. E, allora, dovremmo chiederci cos’altro può trasformare un vuoto altrimenti insulso in una piazza e di cosa è composto quel mix imperscrutabile di elementi - a volte immateriali e certamente non misurabili col metro sindacale - che ci fa apprezzare uno spazio, ce ne fa percepire l’equilibrio, la profonda armonia. Lo rende Piazza. Interrogativo banale? Non credo. Altrimenti non staremmo qui, a tormentarci, tentando di insinuare un ragionevole dubbio in chi ha solo certezze personalissime, ma ne fa Verità Consacrate. Che si siano formate dall’allentamento del tessuto preesistente o costituiscano addizioni urbane, che siano nate quale complemento di edifici monumentali o siano state interamente progettate, le piazze – quelle vere, quelle meritevoli di chiamarsi così – sono sempre caratterizzate da riferimenti spaziali non casuali, in stretto rapporto di corrispondenze con il contesto urbano. Spazi plasmati dalle tensioni generate dagli edifici che li definiscono, spazi mutevoli, che si disvelano dinamicamente a chi li percorre, spazi definiti da cortine composte di fabbricati disuguali - quasi sempre comprendenti funzioni pubbliche fortemente rappresentative - in dialettica relazione armonica. So bene che la sintesi è stringata e, per questo, non esente da critiche. Ma basta per intuire quale profonda differenza passi tra una piazza e un cortile. Per comprendere come – e non scherzo – lo spazio progettato da Bofill abbia più assonanze con un cortile che con l’archetipo della piazza, si pensi alla monotona, altissima cortina lunga 270 metri, ai moduli ossessivamente ripetitivi, all’assenza di funzioni rappresentative, alla totale indifferenza per il pregevole contesto urbano. Un cortile. Ove si fosse proposta la realizzazione del Crescent - corte pertinenziale compresa - nel P.E.E.P. di Sant’Eustachio, avremmo temuto un remake delle vele di Scampia. E avremmo, tutti, gridato allo scandalo. A Santa Teresa, no. Il mostro “vista mare” è un condominio di lusso, only for vip. Lo stesso nome attribuito furbescamente alla cosiddetta piazza suona grottesco e beffardo: Libertà! Ma quale? Certamente non quella di scegliere, democraticamente, se e come modificare i tratti identitari della nostra città. Se proprio è necessario, la si chiami Piazza dell’Arroganza. Ci si arriva da via della Supponenza, dopo aver percorso tutto il viale della Tracotanza.
aprile 2009 Fausto Martino
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