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IL PIÙ ITALIANO DEI TEDESCHI

Dal Sole 24 ore del 14 agosto 2016.
"Nato a Berlino nel 1892, Rohlfs aveva scoperto nei campi di prigionia della prima guerra mondiale la passione per le lingue e i dialetti dell’Europa neolatina, e dell’Italia in particolare. Laureatosi (tardi) in filologia romanza nella sua città natale, Rohlfs era successivamente entrato in contatto con i coordinatori zurighesi (Karl Jaberg e Jakob Jud) dell’Atlante linguistico italo-svizzero: una capillare campagna di raccolta sul campo di materiali relativi ai dialetti italiani, dal Ticino al canale di Sicilia, per la quale Rohlfs si era occupato in particolare del Mezzogiorno estremo. "
28/08/2016



Esattamente cinquant’anni fa, nel 1966, usciva da Einaudi il primo volume, dedicato alla Fonetica, della Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti di Gerhard Rohlfs (gli terran dietro nel 1968 la Morfologia e nel 1969 il volume su Sintassi e formazione delle parole). 

Non era un’opera nuova, visto che la sua prima versione, in tedesco, era uscita poco dopo la guerra (1949-1954) per l’editore svizzero Francke. Ma a lasciare il segno più profondo fu certo la versione italiana (un almeno parziale rifacimento dell’opera, che si giovava anche del contributo di traduttori-linguisti perciò attivamente partecipi alla revisione). Almeno fino a quando l’editore mise l’opera fuori catalogo, senza sostituirla. Da anni non la si può più comprare se non, sempre più faticosamente, tra i libri di seconda mano: e se anche così si creano (magari con solide ragioni di mercato) lente emorraggie culturali, forse per una volta vale la pena di parlare anziché d’un libro appena uscito, d’un libro che non esce più.

Nei decenni successivi alla pubblicazione, nessuno studente – e ancor oggi nessuno studioso – di linguistica italiana ha potuto fare a meno di quella grammatica, la cui struttura ereditava quella già collaudata dalla linguistica storica di tradizione ottocentesca e germanica – la migliore, da quando la linguistica è una scienza – applicandola per la prima volta sistematicamente a tutti i dialetti italiani e alla lingua comune. 

Dato un punto di partenza nel latino (supponiamo, una vocale, una consonante, un pronome, un costrutto sintattico o un prefisso), Rohlfs ne descriveva analiticamente gli esiti in tutti i dialetti italiani, partendo dal toscano (la varietà più prossima alla lingua comune) e estendendosi al Nord e al Sud. Chi pensasse che la grammatica storica è semplicemente la descrizione della storia passata di una lingua (in questo caso: dal latino all’italiano, in una linea dritta fatta d’una serie omogenea di cambiamenti) non può che ricredersi davanti a un’opera che è, anche e forse soprattutto, una grandiosa analisi comparata del presente – cioè dei dialetti italiani – che usa il comune passato come unità di misura e ne descrive criticamente la mirabile e discontinua varietà.

Rohlfs metteva a frutto così non solo una dottrina linguistica sopraffina, ma anche una conoscenza puntuale e perlopiù diretta del panorama linguistico italiano, frutto d’un percorso per varie ragioni esemplare.

Nato a Berlino nel 1892, Rohlfs aveva scoperto nei campi di prigionia della prima guerra mondiale la passione per le lingue e i dialetti dell’Europa neolatina, e dell’Italia in particolare. Laureatosi (tardi) in filologia romanza nella sua città natale, Rohlfs era successivamente entrato in contatto con i coordinatori zurighesi (Karl Jaberg e Jakob Jud) dell’Atlante linguistico italo-svizzero: una capillare campagna di raccolta sul campo di materiali relativi ai dialetti italiani, dal Ticino al canale di Sicilia, per la quale Rohlfs si era occupato in particolare del Mezzogiorno estremo. 

Esplorando, in modo spesso avventuroso e talora anche periglioso, le estreme lande rurali di un’Italia arcaica, Rohlfs aveva conosciuto a fondo la sua geografia linguistica, attraverso innumerevoli incontri e di dialoghi, perlopiù con contadini, pastori, mulattieri, massaie. La loro voce lo accompagnò per decenni nei suoi viaggi di studio, rendendolo uno di loro. Un calabrese e un tedesco, nella stessa persona. Anche per questo Bova, Candidoni, Tropea e Cosenza lo fecero loro cittadino honoris causa.

Fra le teorie più originali elaborate da Rohlfs già nei suoi primi lavori vi è quella sul rapporto dei dialetti moderni con l’antichità magnogreca. In sostanza, Rohlfs era giunto alla convinzione che le isole linguistiche greche ancora esistenti nell’Italia meridionale non fossero – come ancor oggi molti continuano a ritenere – il frutto di puntuali migrazioni d’età medievale o moderna, ma il residuo estremo delle lingue dell’antica Magna Grecia, cioè la traccia vivente di un rapporto culturale ininterrotto tra mondo classico e Italia attuale. 

Era un’ipotesi suggestiva, destinata ad articolarsi in modo più sfumato nella Grammatica storica pubblicata molti decenni più tardi. Un’ipotesi che doveva fare i conti non solo con teorie alternative propriamente linguistiche, ma anche con un pesante preconcetto ideologico: quello, caro alla cultura fascista, della latinità trionfante sull’Italia, e incorrotta nella sua presunta purezza e integrità linguistica, dalle Alpi al Mediterraneo. Vederla revocata in dubbio da uno studioso tedesco nell’Italia del 1924 poteva suscitare – e di fatto suscitò – vari malumori. 

Ma Rohlfs non era tipo da rinunciare facilmente alle sue idee. Perché era un personaggio «irruento, che non retrocede dinanzi a nessuna difficoltà e a nessun disagio, ma arde dall’impazienza di conquistare nuove terre e nuove lingue», come scrisse di lui Karl Jaberg. Solo con quella tenacia si poteva lentamente elaborare, e portare fino al paragrafo 1173esimo e ultimo, la grande grammatica che lo rese più italiano di qualsiasi tedesco. E forse di qualsiasi italiano.

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