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CASO WELBY: I SENTIMENTI CRISTIANI DELLA CURIA ROMANA

"..Mancano quindi il bersaglio gli appelli, ancora e sempre ripetuti nelle sedi religiose più alte, al rispetto della «morte naturale» e dell’uomo - quando si tratta proprio di recuperare l’una e l’altro. Che cosa c’è di «umano» o di «naturale» in esseri diventati appendici sofferenti o alienate di macchine tese alla mera sopravvivenza?..Si tratta quindi di recuperare la dignità dell’uomo, non già di invocarla come fosse un dato di fatto, naturale o metafisico, quando già non c'è più."
di GIAN ENRICO RUSCONI - dalla Stampa del 27/12/06.

Gardini sì, Welby no -a cura di Marco Travaglio da Repubblica del 29/12/06.


GIAN ENRICO RUSCONI - dalla Stampa del 27/12/06.

Come in una sorta di liberazione si parla pubblicamente della morte. Della morte naturale che naturale non è più. Il caso Welby ne ha offerto l’occasione. Con l’avvertenza che in discussione non è tanto la morte in sé - quasi evento metafisico - ma le tecnologie che la rendono irriconoscibile e priva di dignità. In questa ottica sono discusse le misure da adottare per correggere questa situazione, nel quadro più ampio e meditato dell’allargamento dei diritti di civiltà.

Mancano quindi il bersaglio gli appelli, ancora e sempre ripetuti nelle sedi religiose più alte, al rispetto della «morte naturale» e dell’uomo - quando si tratta proprio di recuperare l’una e l’altro. Che cosa c’è di «umano» o di «naturale» in esseri diventati appendici sofferenti o alienate di macchine tese alla mera sopravvivenza? Sviluppata per portare guarigione o alleviare la sofferenza, la tecnologia è arrivata - in alcuni casi estremi - ad accrescerla, anzi a deformare l’umanità cui si applica.

L’accettazione della morte e della sofferenza non è affatto una prerogativa del religioso. Ma questo atteggiamento viene offeso quando le tecnologie riducono l’uomo/la donna a componenti di un complesso corpo-macchina la cui reattività è misurabile soltanto con criteri e indicatori tecnici.

Si tratta quindi di recuperare la dignità dell’uomo, non già di invocarla come fosse un dato di fatto, naturale o metafisico, quando già non c'è più.

Chiamare questo recupero di dignità un «diritto civile» non significa cedere a un’idolatria giacobina dei diritti, ma mettere al sicuro tale dignità dalla intrusione delle ideologie e delle tecnologie.

Chiariamo subito e senza possibilità di fraintendimenti che non è minimamente in discussione la bontà della tecnologia. Ad essa anzi facciamo senz’altro credito della capacità tecnica e della maturità etica di sapersi autocontrollare. Accettiamo anche - con una certa malinconica rassegnazione - l’eccesso di medicalizzazione dell’intera nostra esistenza. Non è questo il punto. A questo proposito tuttavia, in questi giorni, abbiamo ascoltato troppe storie edificanti sulla buona morte del passato. Storie che ignorano e cancellano d’un colpo la brutalità, la disumanità, l’irrazionalità di milioni di morti indegne, prima che la tecnologia potesse offrire il suo aiuto. Prima della medicalizzazione della nostra vita, che pure nei casi ultimi ha come sottoprodotto la trasformazione del ricovero in ospedale in anticamera della morgue. Su questo sfondo non si capisce perché il desiderio di assumersi la responsabilità della propria morte scateni tanto furore moralistico. Non si capisce perché essa venga stigmatizzata come hybris blasfema, come sfida di onnipotenza contro Dio. In realtà siamo davanti all’equivoco dei teologi moralisti che non hanno il coraggio intellettuale di prendere atto che la tecnologia rimette in discussione il nesso tra natura e una certa idea tradizionale di Dio. La de-naturalizzazione della morte è l’ultimo segnale della necessità di riflettere radicalmente sul concetto tradizionale di natura che sta alla base delle dottrine religiose tradizionali. E quindi della necessità di ricostruire i criteri della moralità a partire da qui.

Ovviamente non saranno questi i discorsi che occuperanno i dibattiti delle prossime settimane. La discussione pubblica si svilupperà attorno ad alcuni concetti o formule già collaudate, lasciando nel vago se e quanto esse discendano da opzioni di valore «non negoziabili» (come si usa dire) o non dipendano invece da ragionevolezza politica.

Comunque sia, nel discorso pubblico si dovrà venire a capo di alcune nozioni che si stanno accavallando in modo confuso: rifiuto delle cure, accanimento terapeutico, testamento biologico, suicidio assistito, eutanasia attiva. Sono concetti da tenere distinti e da definire con chiarezza, uno per uno. Ma purtroppo non vedo nel nostro Paese una qualche istanza istituzionale capace di fare questa chiarezza in modo autorevole. La magistratura appare sconcertata, confusa, elusiva. I politici sembrano più preoccupati delle dinamiche interpartitiche e intrapartitiche che non di offrire una piattaforma per una intesa ragionevole che potrebbe anche essere trasversale senza provocare con ciò ribaltoni politici o prestarsi ad altri trucchi tattici. Quanto al governo, non voglio credere alla risibile tesi, sussurrata nei giorni scorsi, che questa problematica non è nel suo programma.

Il caso Welby e la questione dei Pacs stanno introducendo una nota di serietà nella vita politica italiana. Pongono all’ordine del giorno l’allargamento ragionato e motivato dei diritti civili. Sappiamo che in nessuno dei due casi sarà facile trovare soluzioni soddisfacenti per tutti. Ma è troppo aspettarci dai nostri politici innanzitutto rispetto di tutte le convinzioni e ragionevolezza? Certamente sono qualità difficili da identificare in modo concreto. Ma c’è un criterio sicuro: che gli italiani si sentano trattati come cittadini maturi e responsabili.


Gardini sì, Welby no. (da Repubblica del 27/12/06)
"In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325). Non vengono meno però la preghiera della Chiesa per l'eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti" (Vicariato di Roma, Ufficio stampa e comunicazioni sociali, 22 dicembre 2006).


"D. Wojtyla chiese che lo si lasciasse morire perché sapeva che oramai non c'era più nulla da fare? R. Non so rispondere con esattezza e non voglio nemmeno farlo, ma sono certo che lui fosse del tutto affidato nelle mani del Padre. Lui aveva fede in Dio e per questo motivo credo avesse capito che fosse giunta la sua ora" (cardinale Ersilio Tonini, arcivescovo emerito di Ravenna-Cervia, Il Tempo, 22 dicembre 2006).

"'Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si danno la morte'. Questo passaggio del Nuovo Catechismo dedicato al suicidio è stato ricordato oggi dalla Radio Vaticana in un servizio dedicato ai funerali di Raul Gardini. 'Dio - ha detto ancora l'emittente pontificia - attraverso le vie che Egli solo conosce, può loro preparare l'occasione di un salutare pentimento. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita'. La Radio Vaticana ha anche ricordato quanto, nel maggio scorso, in occasione del suicidio del primo ministro francese, Pierre Beregovoy, disse il portavoce dell'episcopato francese, di fronte agli interrogativi posti per la concessione dei funerali religiosi: 'Non dimentichiamo che il rispetto di cui la Chiesa circonda il corpo di ogni battezzato è la testimonianza della fede della Chiesa nella Resurrezione e non un privilegio da accordare a chi l'abbia meritato. In questi casi, la Chiesa si rimette fiduciosa al giudizio misericordioso di Dio, il qual solo conosce i cuori, il quale solo è giudice'" (Ansa, 26 luglio 1993).

"La vedova di Raul Gardini è entrata per la prima volta nella cappella della chiesa di San Francesco in cui è allestita la camera ardente. Il piccolo corteo ha raggiunto la cappella tra due ali di persone che affollavano la chiesa per rendere omaggio al feretro. La gente che si trovava nella cappella ha continuato a pregare. Idina si è alzata in piedi e si è rivolta a padre Giovanni Gambari, il parroco della chiesa, che le ha parlato a lungo e le ha tenuto le mani. Poi ci sono stati scambi di abbracci e condoglianze con gli amici presenti e anche con sconosciuti che hanno voluto salutare la vedova e i figli. Poco prima delle 18,30, orario della messa, Ivan è uscito mentre la madre e le due figlie sono passate in chiesa dove hanno assistito alla celebrazione. Ai funerali di domani la messa sarà celebrata dall'arcivescovo di Ravenna, Luigi Amaducci, con l'arcivescovo emerito, Ersilio Tonini, e i sacerdoti delle tre parrocchie frequentate dalla famiglia, don Zani del Duomo, don Salvatori di San Rocco e don Gambari di San Francesco" (Ansa, 25 luglio 1993).

(27 dicembre 2006)


 
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